20 dicembre 2010

2 dicembre 2010

Le statuine del presepe


Per ogni mamma il bambino che porta in grembo è un re.
La Madonna sa che è il Re dei re.

26 novembre 2010

Lo sfortunato insoddisfatto (massime)


Chi è insoddisfatto delle persone che lo circondano
alle volte è sazio solo di se stesso.

Le chiese della domenica 28 nov. 2010



1' Domenica di avvento
Il ‹Sublime› mette paura ma incanta. Noi cerchiamo sempre Dio, anche se abbiamo paura d'incontrarlo.


S. Michele - Merching (De)


Come il diluvio si abbatté sulla terra sorprendendo gli uomini preoccupati solamente di seguire i propri affari, così sarà la venuta del Signore, come giudice per scegliere e per abbandonare personalmente ogni uomo. Gesù avvisa e mette in guardia: "Vegliate! Siate pronti!" (Mt. 24, 37-44).
Sembra così strano questo discorso del Signore! Non siamo noi i tralci e lui la vite? Non lo abbamo sentito vicino in tutte le difficoltà? Perché ora ci mette paura?
Ebbene, una persona buona e amabile è sempre una fortuna per chi la conosce, ma è un giudizio e un rimprovero per chi la disconosce.
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20 novembre 2010

Le chiese della domenica 21 nov. 2010


Insieme condannati, insieme salvati
La fedeltà e l'amore onorano il Re e salvano il suddito.
Sul Golgota la folla dei personaggi ‹importanti› che hanno condannato il Signore, poi un altro crocifisso che si associa alla loro compagnia per maledire e disprezzare Gesù. Un terzo crocifisso, un malfattore qualunque, senza credito e senza nome, si rivolge invece al Signore per rendergli onore e per chiedergli: "Ricordati di me quando sarai nel tuo regno". Gesù gli risponde: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc. 23, 35-43).
Questi due condannati, Gesù e il buon ladrone, si sono capiti e si sono trovati amici.
Non chi patisce si salva e ancor meno chi si crede giusto, ma chi è capace di diventare amico di quel condannato che è un Re incoronato di spine.

18 novembre 2010

Noi facciamo così… (ricordi)





Quando due si accordano per chiedere una grazia del Signore, gli rivolgono una preghiera solo indirettamente, ma più direttamente l’uno all’altro ed è anche probabile che ciò che ottengono lo trovano prima in se stessi che non in Dio, quasi senza accorgersi che ogni cosa che hanno ricevuto, anche l’accordo, è un suo dono.
L’uomo che si unisce in quell’accordo che è ‹partecipazione› diventa un dipendente che opera in proprio, un ignorante che spiega, un nullatenente che dona: se non dona, se non spiega, se non opera non è uomo, perché solo comunicando è in unità con l’Onnipotente.
Mi ricordo un colloquio di carattere religioso con un pastore protestante in un clima di fraternità distesa e felice. Ad un certo punto il mio interlocutore mi fece due domande che esulavano dall’argomento trattato: “Perché lei dice sempre: ‹noi facciamo la volontà di Dio così e così…›?”. Mi chiedeva come mai io parlavo al plurale e come mai io lo assicuravo di eseguire una volontà che oltre ad essere difficile non era nemmeno sicura. 
Io non so cosa risposi allora, ma forse la vera ragione di quel noi e di quella sicurezza sta tutta nella frase citata del Vangelo:  Io, Gesù vi dico che se due di voi vi accorderete per chiedere quel che tutte e due avrete bisogno, il Padre mio ve la concederà, perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro non come un estraneo, ma come interprete della loro stessa partecipazione con l’Onnipotente (confronta Mt. 18, 19-20).

12 novembre 2010

Le chiese della domenica - 14 nov. 2010

Chiesa di S, Silvestro - Mittestetten (De)

L'uomo, il fedele, l'altro Gesù è parte necessaria della struttura della religione, qualcuna delle altre pratiche possono alle volte persino sembrare delle sovrastrutture.

Gli Ebrei ai tempi di Gesù avevano ormai rinunciato agli idoli, non avevano i numerosi templi dei pagani, ma un solo Dio e un solo tempio a Gerusalemme. Venivano pellegrini da tutta la Palestina per ammirarlo: era una costruzione famosa ed era, nello stesso tempo, il simbolo della loro sicurezza.
Gesù a chi gli faceva notare il prestigio del tempio, volge invece la sua attenzione all'uomo e non alle pietre, ai suoi discepoli pietre spirituali di un tempio diverso. Egli sa quanto costeranno queste nuove pietre e quale valore acquisteranno dopo le prove che dovranno superare, per questo vuole premunirle: "Tempi verranno che non rimarrà pietra su pietra... Anche voi dovrete sopportare il martirio a causa della fede..." (Lc. 21, 5-19).

Confessione filosofica

Nel riordinare i miei blog, mi è parso necessario mettere giù in due parole le ragioni che mi hanno mosso a pubblicarli. 
Lo faccio ora con: 
a) una specie di confessione o manifesto o confessione filosofica.
b) una intervista come riassunto e come indicazione pratica di questa filosofia,
c) una testimonianza che è un esempio di applicazione.

a) confessione filosofica
1. Qualsiasi filosofia che non spiega il ‹fenomeno morte› (il fenomeno che va sotto il nome di morte) è in se stessa meno filosofia e più ignoranza , almeno, meno ragionevole; ora l'unica filosofia che spiega la morte è quella di Gesù di Nazaret.
La sua spiegazione è semplice e si potrebbe esprimere in due proposizioni:
_ l'uomo che muore vede Dio così come è
_ L'uomo che muore conosce se stesso come Dio lo vede dall'eternità e come Dio stesso ha supplito ai suoi deficit e alle sue mancanze.
In questo senso la morte è un atto di assertività da parte dell'uomo e una continuata promulgazione di vita da parte di Dio.
Nel contesto di questa filosofia possono nascere tante domande e altrettante risposte che fungono da spiegazioni aggiunte formulate da molti pensatori, anche se non sono essenziali e, alle volte, persino discutibili. 
Una di queste aggiunte raggruppa tutte quelle considerazioni sullo sviluppo della razionalità umana, come quelle fondamentali di Piaget, una volta completate da quelle altre considerazioni che riguardano l'affettività dell'uomo, specialmente così necessaria nei momenti critici del passaggio da uno stadio razionale a quello successivo dello sviluppo umano.
Nel contesto della volontà affettiva dell'uomo, lo studio delle e della virtù occupa un ruolo d'importanza evidente, che insieme alla considerazione delle proprietà della natura umana presentano il presupposto (precognizione) della stessa capacità razionale dell'uomo e, quindi, di ogni filosofia.
In questo senso, per capire il fenomeno morte è necessaria l'intera vita vissuta, cioè lo sviluppo completo della razionalità umana, l'esercizio continuo delle virù e la realizzazione delle possibilità naturali. Una mancanza di sviluppo razionale nelle età prima di aver raggiunto il suo compimento è compensata da un contributo aggiunto e indispensabile delle virtù affettive. In pratica, ogni bambino, ogni giovane e ogni adulto crede ama e spera di raggiungere quella perfezione naturale e razionale che gli farà comprendere tutto il suo modo di vivere e che lo renderà disponibile e ricettivo alla comprensione della sua vita post mortem (il dopo-morte) che diventerà sperimentale solamente nel tempo dell'eternità.
In ogni caso se si rinuncia ad una spiegazione della morte non si può pretendere d'essere maestri, ma ci si deve accontentare di esserne ignoranti. Questo non vuol dire come invece sia sempre possibile continuare ad essere e a divenire eroi, santi e martiri. In altre parole, un uomo ignorante, ma santo è più uomo di un altro che crede di sapere tutto sulla morte, senza mai tendere a una maggiore perfezione. Il termine santo equivale a quello di ‹divino›, cioè di partecipe della spiegazione della morte, quando egli la vivrà in eterno dopo decesso fisico, partecipando alla Causa, vedendo la Ragione, con-sentendo alla Consolazione, della sua esistenza.
Rimarcando a corollario quanto detto, chi non vuole spiegarsi la morte, muore anche nel quotidiano e rinuncia a ogni progresso razionale, chi invece studia il fenomeno morte, può persino essere incolpato di credere a delle illusioni, ma non può essere incolpato di credere a una vita senza motivi e senza spiegazioni che sia peggiore di una continua morte.
Ci sono uomini che lavorano per costruire una società migliore, che se è mortale è anche inutile, tuttavia proprio costoro testimoniano di fare quello che non riescono a spiegare.

b) una intervista 
Come spiegare tutto questo a chi non accetta spiegazioni?
Semplicemente facendogli notare le ragioni del suo vivere, in pratica, il suo stesso vivere è una spiegazione: basta chiedergli
- Perché vivi? Per mangiare per bere e poi morire?
- No! Io vivo per mia moglie, i miei figli e per un futuro migliore.
- Ma tu credi che questo sia possibile?
- Certamente, io credo a tutto questo!
- Ma quale prova mi dai della tua fede?
- Te la posso dare perché io amo la vita.
- Allora è l'amore la prova della vita e della ragione; ebbene, ci può essere un amore meno amante?
- No!
- Ma, allora, l'amore che non muore perché è sempre e perfettamente amante, è il Dio che ti ama per l'eternità.

c) una testimonianza 
Noi abbiamo bisogno di gente che ragiona perché ama e di gente che ama perché ragiona, al punto di preferire quasi un santo al posto di un filosofo.
Io amo moltissimo i santi e, tra questi, ‹San› Palmiro Togliatti che è morto per aver diffuso e praticato una lotta che fosse più dolce di quella messa in atto, per esempio, in Cambogia o in Vietnam, anche se non posso asserire che chi è invischiato in lotte e in guerre, al posto d'essere spietato e crudele, sia quella persona gentile che ama sempre e che non odia mai, tanto da meritarsi il titolo di santo in continuità.

NB. Questa ‹confessione› mi sembrava così importante che l'ho copiata tale quale su tutti i miei blog, perfino su uno che io scrivo in lingua tedesca, purtroppo non tradotto, sperando che qualcuno sappia anche l'italiano meglio di quanto io so il tedesco.